Carlo Cannella (Dictatrista/Stige)
Estratto da "La città è quieta... ombre parlano"
Ascoli Piceno, 11 giugno 2005



La prima volta che vidi i Teleboys fu un giorno di ottobre del 1980. Ero stato invitato a una festa di compleanno con il segreto motivo di rattristare la serata verso la mezzanotte, quando tutti avrebbero fissato lo sguardo altrove alla ricerca di un approccio. Evidentemente era opinione comune che i miei discorsi filosofici della mezzanotte costituissero una versione piuttosto attendibile dell’enciclopedia delle stronzate. Arrivai con la paura di sentirmi fuori posto. Temevo di trovarmi di fronte alla solita festicciola per adolescenti idioti, alla corrente sotterranea di ansietà che normalmente li pervade, all’irriducibile isteria di chi vuole mostrarsi ad ogni costo controcorrente. Le cose andarono più o meno nel modo che avevo previsto. Ogni tanto qualcuno mi si avvicinava aggrappato al suo bicchiere di birra e mi interrogava con occhi spiritati. Gli argomenti erano sempre quelli: fiche, culi e grosse tette. C’era perfino chi mi raccontava di quella volta che era riuscito ad accendere una magnifica quarantenne con ritmi misteriosi e movimenti intensi. A un certo punto, diceva, la sua fica si era aperta implorante e lo aveva supplicato di riempirla di schizzi, un desiderio legittimo che aveva provveduto ad esaudire. Questo era tutto, la mia filosofia non sarebbe servita a niente, e stavo annoiandomi a morte. Finalmente cominciarono a suonare i Teleboys. Ebbi un sussulto. Un ritmo terroristico mi colpì al cervello. Non avevo mai sentito roba del genere. Trasudava disprezzo. Sembrava che il mondo non riuscisse a sopportarlo e stesse uscendo dalla stanza come impazzito, correndo a perdifiato per respirare aria pulita. Non è che fossi ingenuo. E’ che in quel tempo tutto quello che sapevo sulla musica riguardava le canzoni di Bob Dylan. Sarebbe più esatto dire che non ero affatto interessato alla musica. Piuttosto ero ossessionato da Jack Kerouac, William Burroughs, Allen Ginsberg, insomma la beat generation. Insomma la scrittura. La musica dei Teleboys era come un flusso elettrico. La distorsione plumbea e oppressiva delle chitarre non aveva niente a che vedere con le timide ballate folk di Bob Dylan. Per molti sarebbe stata una semplice constatazione, per me rimaneva un mistero. Come funzionava quella roba? I musicisti saltavano come ossessi, avevano un’espressione di eccitazione volgare che fuoriusciva dai loro occhi come una ferita, e sembravano animati da una meschinità e una durezza di modi decisamente sgradevoli. Il rumore che usciva dai loro amplificatori riempiva la stanza e aggrediva il pubblico. Sembrava la grande bocca di un rettile che se lo mangiava, il pubblico. Mi piaceva. Un desiderio intenso mi penetrò nel sangue, un pensiero invidioso lo avvelenò per un attimo. Peppe era bravo, sì, ma io ero meglio. Tornai a casa cercando di salvaguardare la mia dignità. No, mi dicevo, cosa ti salta in testa, cosa stai architettando… Non facevo altro che ripetermi le stesse cose, continuamente, in un modo sempre più vivo e palpitante. Non c’è alcun modo, pensavo, per giustificare un’idea così sbagliata della libertà. Cosa vogliono dimostrare? Di essere soli? Lontani dalla vita? La mia filosofia di mezzanotte era molto meglio. Non aveva bisogno di oscuri latrati per affermare le sue facoltà vitali e intuitive, di stridore meccanico per esaltare la sua inquietante forza di volontà. La mia filosofia di mezzanotte aveva il suo fine ultimo nella produzione di un mondo interamente ragionevole. Ecco cos’era la libertà, un mondo ragionevole. Eppure, man mano che la ragione veniva elettrizzata da un fremito convulso che penetrava duro e inesorabile nelle vene, da una febbre intossicante, cominciavo a sentire quel mondo sempre più ostile, freddo, vagamente disgustoso. Lentamente il desiderio prese il posto della ragione, fino a diventare un’ossessione, un pugno che mi colpiva alle tempie a intervalli regolari: Peppe era bravo, sì, ma io ero meglio. Per la prima volta nella mia vita avevo le idee chiare, volevo salire sul palco e instaurare una democrazia del contatto umano. In quanto a spunti ce n’erano in abbondanza. Fino a quel momento avevo perfino ignorato l’esistenza del punk. Era la migliore forma di espressione che avessi mai desiderato e non l’avevo mai conosciuta. Tutto mi sembrò così assurdo, avrei voluto subito unirmi al suono vibrante degli strumenti e disciogliermi nell’aria insieme ad esso. Sì, dannazione, sì, stavo finalmente arrivando.